Non devono essere le primarie del PD

Ho appreso con grande piacere che il Partito Democratico di Parma, per bocca del suo segretario comunale, è disponibile ad individuare un candidato a Sindaco di Parma attraverso elezioni primarie. Questa disponibilità non era così scontata, viste le polemiche che si sono sviluppate per le candidature napoletane e visto l’atteggiamento dei vertici nazionali e regionali, e va apprezzata perché certamente controcorrente rispetto al comun sentire della cerchia degli addetti ai lavori.

Ho apprezzato anche il fatto che si sia parlato di primarie aperte, da tenersi con adeguato anticipo rispetto alle elezioni comunali del 2017 in modo da consentire a chi prevarrà di preparare in modo adeguato la propria campagna elettorale, nonché la richiesta ai candidati di vincolarsi preventivamente a rinunciare ad ogni altro incarico per dedicarsi a questo impegno; in questo modo credo si faccia tesoro di tutte quelle precedenti esperienze, non a caso negative, che hanno caratterizzato le primarie del centro sinistra a Parma negli anni passati.

Adesso il tema diventa quello di riuscire a coinvolgere il maggior numero di elettori in questa consultazione preparatoria, invertendo la tendenza che ultimamente vede partecipare alle primarie quasi unicamente i “militanti” e riducendo il voto ad un conteggio dei sostenitori dell’una o dell’altra “corrente di partito”.

Le primarie devono tornare ad essere, come in parte lo sono state ai tempi del duello Bersani-Renzi, una forma di partecipazione che coinvolga tutti coloro che non si riconoscono nell’attuale amministrazione e non rimpiangono quella precedente, che pur non appartenendo ad uno specifico schieramento tirando una riga al centro sono più spostati verso sinistra, che credono sia ancora possibile coniugare solidarietà con sicurezza, rispetto delle regole con intelligenza, ambientalismo con razionalità (della raccolta rifiuti ad esempio).

Per ottenere questo risultato a mio parere il Partito Democratico deve accettare di svolgere un ruolo di “facilitatore”, dimenticando i lusinghieri risultati ottenuti a livello cittadino alle Europee di due anni fa (e difficilmente confermabili oggi) nella consapevolezza che in particolare nelle votazioni amministrative le appartenenze partitiche si stemperano con la conoscenza delle singole persone e con la valutazione della loro credibilità.

Ovviamente questo non significa rinunciare ai propri principi fondamentali, ma solo riconoscere che ad oggi a Parma esistono potenzialmente tre schieramenti, fatti salvi personalismi non auspicabili : un blocco nel quale confluiranno, anche a dispetto dei partiti, gli elettori leghisti, berlusconiani e generalmente i conservatori, una galassia grillina ed ex-grillina che alla fine sosterrà il sindaco uscente in quanto unico candidato possibile (e fortemente interessato alla riconferma) ed uno schieramento articolato, da non identificare necessariamente con gli attuali gruppi in consiglio comunale, che parte dai simpatizzanti del civismo ubaldiano ed arriva fino ai nostalgici dell’amministrazione Lavagetto, passando in buona parte attraverso i vari movimenti ed associazioni più o meno recentemente costituiti, tra i quali il nascente “Parma Io ci stò”.

Il PD deve fare in modo che questo schieramento articolato si componga e trovi un denominatore comune in un programma di amministrazione semplice e chiaro, peraltro non difficile da individuare nell’attuale contesto, sulle cui modalità di attuazione si possano confrontare i candidati alle primarie, poiché credo che non sia nei principi generali, che devono essere condivisi da tutti i partecipanti, ma nella declinazione operativa di questi che si debba sviluppare il confronto.

Si tratta di una sfida ambiziosa, sulla quale a mio parere si giocano le possibilità di rilancio della città che ad oggi, al netto di alcune operazioni di facciata meramente pre-elettorali, non versa in condizioni molto migliori di quelle dell’epoca del Commissario Ciclosi: per vincerla è necessario per il PD rinunciare alle classiche logiche di partito e per chi è effettivamente interessato a rappresentare uno schieramento riformista alle elezioni del 2017 di buttare il cuore oltre l’ostacolo, chiarendo la propria disponibilità senza temporeggiare in attesa di Godot.

Per quanto poi riguarda la compatibilità tra referendum costituzionale e primarie, mi limito solo ad osservare che le due consultazioni riguardano tematiche affatto differenti dal punto di vista del cittadino, che è certamente in grado di esprimersi in tutte e due le votazioni con scienza e coscienza anche se fossero tenute in tempi ravvicinati: cosa diversa è certamente per chi, dentro palazzi e piccole palazzine, ritiene il proprio destino politico legato all’esito dell’una o dell’altra, ma così facendo si tiene il cuore al di qua dell’ostacolo e si rischia di lasciare Parma per altri cinque anni in balia dell’improvvisazione.

Giovanni Borrini

Articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 14 luglio 2016